Innovazione nelle startup italiane: tre leve per crescere nel 2025
- Marc Griffith

- 9 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Innovazione nelle startup italiane è al centro di una dinamica complessa: investimenti stabili ma non esplosivi, exit poco frequenti, e una necessità di nuove leve di crescita.
Innovazione nelle startup italiane: contesto 2025 e prospettive
Secondo l Osservatorio, gli investimenti in equity in startup e scaleup hi-tech italiane si attestano a 1,456 miliardi di euro: +2,8% rispetto all’anno precedente. Una tenuta, sì. Ma anche un segnale chiaro: siamo fermi. Nessun crollo, ma nemmeno quel salto di scala che da anni tutti auspichiamo.
Gli investitori formali – i fondi VC indipendenti, corporate e pubblici – restano la colonna portante del sistema, ma non crescono. Gli attori informali calano, in quanto l’investimento in startup è inviso agli investitori occasionali avversi al rischio; e, nel contempo, per chi il rischio lo ama, è meno affascinante e “di moda” rispetto ad altre alternative. E anche se gli investimenti internazionali aumentano (+8%), restano appannaggio di pochi campioni come Bending Spoons. Soprattutto, mancano all’appello le exit strutturali. Un ecosistema senza exit è un sistema che non si rigenera.
Il confronto europeo ci restituisce una realtà impietosa: restiamo a un quarto della Francia e sotto la Spagna per capitali raccolti. I nostri fondi sono troppo piccoli. Le nostre scaleup sono troppo isolate. Il capitale internazionale arriva, ma non basta. Serve un’azione sistemica e coraggiosa.
Il problema non è la scarsità di idee. L’Italia ha talento, ha ricerca, ha deep tech. E infatti, 11 delle 15 startup più finanziate nel 2025 operano proprio in questo ambito: spazio, biotech, clean tech, nuovi materiali. Ma è tempo di dirlo con chiarezza: senza investimenti pazienti, senza infrastrutture solide, senza percorsi chiari verso l’uscita, tutto questo potenziale rischia di spegnersi prima di diventare impresa.
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Tre leve per liberare la crescita sono emerse: supporto istituzionale ai fondi domestici, per renderli più grandi e specializzati, capaci di accompagnare le startup fino alla scaleup con ticket consistenti; integrazione reale tra ricerca e impresa, per far emergere innovazione in settori ad alto impatto e lungo ciclo di sviluppo, come il deep tech; una strategia nazionale ed europea coerente, con regole armonizzate e strumenti come il «28th Regime» per ridurre la frammentazione normativa e attrarre investimenti transfrontalieri.
E serve anche un cambio culturale. Dobbiamo togliere l’idea che startup e imprenditorialità tradizionale siano in opposizione, riconoscendo che l’Italia vanta filiere digitale e deep tech di alto livello da coltivare. Forse per la prima volta dal 2012 stiamo vedendo una “nidiata” di scaleup pronta a guidare la crescita futura.
Come Osservatorio, continueremo a fornire dati affidabili, raccontando storie virtuose ma anche fallimenti, per evidenziare nodi strategici e imprenditoriali. L’ecosistema può ancora compiere un salto. Ma è tempo di agire.
Dibattito: opinioni diverse su come far evolvere l’ecosistema
La questione centrale è se le leve indicate siano sufficienti o se servano interventi più mirati. Da un lato, c è chi sostiene che un rafforzamento dei fondi domestici e una migliore integrazione tra ricerca e impresa possano creare una pipeline di investimenti a lungo termine, con capitali capillari in grado di accompagnare una startup dalla fase iniziale alla scaleup. In questo quadro, le politiche pubbliche possono fungere da moltiplicatore di risorse private, riducendo externalità negative come l’accesso al credito per progetti ad alto rischio ma alto impatto. La logica è chiara: meno fratturazione normativa, più strumenti di co-investimento transfrontaliero, maggiore certezza giuridica sulle uscite e sui diritti di proprietà intellettuale. Inoltre, l’attenzione al deep tech può garantire una crescita sostenibile lungo orizzonti di ricerca-impresa che fanno leva su infrastrutture e talenti di livello internazionale.
Dall’altro lato, c è chi mette in guardia dal sovraccarico di regolamentazione o da incentivi poco mirati, che rischiano di premiare progetti standing ancora non pronti o di distogliere capitali da iniziative realmente trasformative. In questa visione, è fondamentale evitare promesse di crescita rapide e promozioni ad hoc; l’ecosistema ha bisogno di pipeline di successo reali, non di viaggi promozionali a breve termine. Inoltre, la questione delle exit resta cruciale: senza percorsi chiari verso una gestione attiva dell’uscita, si rischia di creare un ecosistema dipendente da capitali esteri e da stakeholder esterni, piuttosto che costruire una distinta capacità di generare imprese autonome e scalabili.
Un terzo punto di vista riguarda la gestione delle risorse umane: investimenti e incentivi ben progettati dovrebbero puntare a talenti regionali, non solo a centri storici, per evitare dispersione geografica e assicurare che la competizione innovativa si diffonda, con impatto su reti universitarie e centri di ricerca. A livello europeo, la coerenza normativa e l’uso di strumenti comuni potrebbero accelerare la mobilità di capitale e conoscenze, ma occorre evitare una standardizzazione che soffochi l’ospitalità delle aziende italiane alle caratteristiche locali. In sintesi, il dibattito invita a bilanciare azioni mirate con ritmi di sviluppo organici, riconoscendo che non esiste una cura unica per il sistema: è necessaria una combinazione di capitale, politica, cultura imprenditoriale e collaborazione transfrontaliera.
Per founder e innovatori, la lezione è chiara: costruire reti efficaci, avere un piano di sviluppo chiaro, e ascoltare diverse prospettive del mercato. Le aziende che riusciranno a coniugare investimenti, ricerca applicata e visione di lungo periodo saranno in grado di trasformare l’innovazione in imprese capaci di crescere e competere a livello internazionale.
Conclusione: quale direzione prendere per l’innovazione italiana
In sintesi, l’innovazione nelle startup italiane richiede una combinazione di capitale paziente, raccordi tra ricerca e impresa, e una strategia europea coerente. Se queste leve saranno operative, l’Italia potrà muovere passi concreti verso una crescita reale della base di scaleup e un clima più favorevole all’uscita delle imprese tecnologiche. L’invito ai founder è di guardare all’interconnessione tra università, centri di ricerca, investitori e mercati internazionali, e di costruire percorsi di crescita sostenuti nel tempo. Agire ora significa trasformare potenziale in impresa.




