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Data center, il nuovo fronte della guerra globale. E se il prossimo bersaglio fosse nel nostro giardino?
L’8 ottobre 2026 un drone ha incendiato un capannone a Sasovo, cittadina della regione russa di Ryazan a qualche centinaio di chilometri da Mosca. Dentro quel capannone c’era uno dei data center di Yandex, l’azienda che la stampa internazionale chiama il Google russo. Il dettaglio che cambia la prospettiva l’ha ricostruito The Record. L’impianto divide il sito con Sasta, una fabbrica di macchine utensili sanzionata da Regno Unito e partner occidentali perché lavora per la difesa russa. Server e torni nello stesso recinto: il duplice uso, di solito spiegato con grafici e trattati, qui sta tutto in un indirizzo. Per l’ecosistema italiano di founder, operatori e investitori, la discussione sui data center come infrastruttura strategica non appartiene più solo ai centri studi di geopolitica. La lezione arriva dritta nei consigli comunali del milanese.
Due scene, un solo oggetto: il Data Center da Sasovo a Lacchiarella
A luglio 2026, tre mesi prima di Sasovo, a Lacchiarella nel sud milanese circa 150 persone erano scese in piazza contro il campus di Apto. L’investimento vale circa 3 miliardi di euro su 228.000 metri quadrati. La potenza arriva fino a 300 megawatt. Il motivo della contestazione, come ha raccontato Open, era il consumo di suolo e di risorse. Due scene lontanissime, che parlano dello stesso oggetto.
Fino al 2026 appartenevano a due discussioni separate. Quella sui data center come vicini di casa ingombranti, fatta nei municipi. Quella sui data center come infrastruttura di guerra, fatta nei think tank. Il 2026 le ha fatte incontrare, e la lite su dove costruire non può più ignorare la seconda.
Suolo, acqua, corrente: la spinta italiana e il decreto
I numeri del settore in Italia sono in rapida crescita. L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, citato da Open, ha fornito i dati sul 2025. L’Italia è arrivata a 609 megawatt di potenza informatica installata, con un aumento del 19% in un anno. Milano da sola ne concentra il 68%. Le richieste di allacciamento presentate a Terna al 31 agosto 2026 hanno superato i 100 gigawatt. La sola area di Milano ne vale 47,3, con 296 domande, secondo i dati riportati da Milano Finanza. Nessuno nel settore ritiene che tutti quei progetti verranno costruiti. Spesso la richiesta di alta tensione serve solo a far salire il valore del terreno, come spiega Cristiana Mattioli del Politecnico.
Intorno a questi progetti è nata una geografia di opposizioni. A Bollate Legambiente e i cittadini contestano un progetto su un’area agricola fra il Parco Nord e il Parco delle Groane, con ricorso al Tribunale amministrativo regionale. A Magenta una petizione contro il data center nell’area dell’ex Novaceta ha superato le 1.200 firme, come racconta Il Foglio. A Bornasco, nel pavese, il comitato “Sentinelle del territorio” si oppone ai nuovi insediamenti. Una cinquantina di sindaci del sud milanese ha chiesto alla Regione di rinviare la legge. Quella legge spinge i data center verso aree già costruite o dismesse. Gli argomenti sono tre, e sono seri: suolo agricolo che sparisce, acqua per il raffreddamento, costi elettrici che qualcun altro pagherà.
Non è una storia solo italiana. Il censimento di Data Center Watch contava già nel 2025 64 miliardi di dollari di progetti bloccati o rallentati dalle opposizioni locali negli Stati Uniti. Il censimento precisa che nella gran parte dei casi si tratta di ritardi più che di cancellazioni.
Il governo italiano ha scelto la strada opposta: l’acceleratore. Il decreto-legge 21 del 20 febbraio 2026 è il cosiddetto “decreto bollette”. All’articolo 8 introduce un’autorizzazione unica che dovrebbe chiudersi in dieci mesi. Per i progetti di interesse strategico nazionale la competenza passa a un commissario straordinario. La sua autorizzazione vale come dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza, come ricostruisce l’avvocata Donatella Di Gregorio su Agenda Digitale. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha definito i data center “una necessità strategica”. L’assessore lombardo Massimo Sertori ha descritto il commissariamento come un‘“ipotesi molto concreta”, pur non volendolo.
Il 2026 aggiunge una voce al conto: il bersaglio
A inizio marzo 2026, nella guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran, droni iraniani hanno colpito tre data center di Amazon fra Emirati e Bahrein. Lo studio Clouds of war dell’UNIDIR è stato pubblicato il 23 aprile 2026. L’UNIDIR è l’istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul disarmo. Secondo lo studio è stata la prima volta documentata in cui data center commerciali sono stati deliberatamente presi di mira in un’operazione militare. A fine marzo i Pasdaran hanno pubblicato una lista di 18 aziende tecnologiche americane indicate come obiettivi, da Nvidia a Oracle a IBM. Il 15 settembre 2026 Amazon ha comunicato ai clienti che i dati ospitati soltanto nella sua regione del Bahrein e in una delle zone degli Emirati non si possono più recuperare.
Poi la stessa logica è arrivata in Europa. Da fine settembre 2026 la Russia colpisce i data center ucraini. Giustifica gli attacchi con la tesi che quei server elaborino dati d’intelligence per le forze armate di Kiev, come documentato da Meduza. L’Ucraina ha risposto fra l’8 e l’11 ottobre 2026 colpendo tre data center di Yandex: quello di Sasovo, nella regione di Ryazan, e quelli delle regioni di Kaluga e Vladimir. Il presidente Volodymyr Zelensky ha detto che Kiev risponde sempre “a specchio”, secondo Al Jazeera.
Qui sta il nodo giuridico. Nel diritto dei conflitti armati un edificio civile diventa un obiettivo lecito solo se contribuisce davvero alle operazioni militari. Ma un data center è a duplice uso per natura: negli stessi capannoni girano conti correnti, cartelle cliniche e, a volte, programmi militari. I giuristi Luke Moffett e Alannah Travers, della Queen’s University di Belfast, su Opinio Juris lo dicono senza giri di parole:
La natura a duplice uso “può rendere indiscriminato qualsiasi attacco” contro i data center, perché un drone non separa i server dell’esercito da quelli della banca.
Sasovo, con il data center nel cortile di una fabbrica sanzionata, è il caso di scuola che nessun professore avrebbe osato inventare.
Concentrazione ed efficienza: il rubinetto ha un indirizzo
Perché colpire i data center, fra tutto ciò che si può colpire? La risposta più utile viene dalla geopolitica dell’economia. Henry Farrell e Abraham Newman hanno pubblicato il saggio Weaponized Interdependence su International Security nel 2019. Secondo loro le reti globali non sono piatte: hanno nodi attraverso cui passa la gran parte dei flussi. Chi ha potere su quei nodi può guardarci dentro o stringerli, chiudendo il rubinetto a chi ne dipende. Un data center è un nodo in questo senso: in un solo edificio passano i servizi di migliaia di aziende e, attraverso di loro, i dati dei loro clienti. Il 2026 ha mostrato che su un nodo così l’autorità può essere anche quella di chi ha un drone, e che quando il nodo è un edificio il rubinetto lo chiude chi lo colpisce.
Di nodi così se ne costruiscono sempre di più, perché concentrare è il motivo per cui un data center esiste. Più server nello stesso posto significano raffreddamento più efficiente, connessioni più veloci, costi più bassi. L’efficienza e il collo di bottiglia sono la stessa cosa vista da due lati. Lo aveva già mostrato la pace. Nel 2017 un errore di manutenzione su una sola regione di Amazon ha messo in ginocchio una lunga lista di siti. Nel novembre 2025 un file troppo grosso in Cloudflare ha fatto lo stesso con una fetta di internet.
In Bahrein Amazon aveva fatto le cose secondo i manuali, con tre zone separate pensate per reggere al guasto di un edificio. Come ha scritto la stessa azienda ai clienti, il danno ha preso più zone insieme, oltre il limite di progetto: la ridondanza pensata per il guasto non ha retto all’attacco. C’è poi chi non può nemmeno distribuire i carichi: come nota The Register, le sanzioni limitano l’uso dei cloud stranieri e i fornitori locali russi sono pochi. Quindi il consiglio da manuale di spargere i dati su zone lontane diventa difficile da seguire. La differenza fra essere esposti a un guasto ed essere senza alternative vale anche per un’azienda o un ente italiano: ogni volta che una norma di sovranità dei dati o il prezzo più basso della regione più vicina spinge a tenere tutto nello stesso posto, l’alternativa si toglie da sola.
La parola “strategico” taglia in due: securitizzazione e futuro
Nessuno sostiene che un capannone di Lacchiarella sia un bersaglio domani mattina: l’Italia non è in guerra con nessuno. Ma un data center si costruisce per durare decenni. Chi decide dove metterlo e quanto farlo grande decide anche la geografia del rischio dei prossimi vent’anni. Il paese ospita le regioni cloud di alcune delle stesse aziende americane che i Pasdaran hanno messo in lista.
Torniamo alla parola chiave. In Italia “strategico” è servito finora a costruire più in fretta. Un impianto dichiarato di interesse strategico nazionale va al commissario ed esce dai consigli comunali di Bornasco o Magenta. Entra in una procedura dove i comitati contano molto meno. La Scuola di Copenaghen ha un nome per questo movimento: la securitizzazione. L’ha formulata Ole Wæver nel 1995 e l’hanno sviluppata Barry Buzan e Jaap de Wilde in Security: A New Framework for Analysis (1998). È il passaggio con cui un tema viene presentato come questione di sicurezza e tolto alla politica ordinaria. Il loro punto è che più sicurezza non significa automaticamente meglio: ogni tema che diventa “di sicurezza” sottrae qualcosa al confronto democratico.
L’elefante nella stanza, quella climatizzata a temperatura costante, è che la stessa parola che accelera il cantiere disegna il cerchio rosso sulla mappa di chi attacca. Un’infrastruttura strategica in tempo di pace è un’opera da autorizzare in fretta. In tempo di guerra è ciò che i Pasdaran mettono in lista. È anche ciò che il ministero della Difesa russo dice di colpire perché lavorerebbe per l’esercito avversario. La ragione per cui un impianto merita il commissario, cioè che concentra tanto da non potersene fare a meno, è la stessa per cui conviene colpirlo.
Le risposte si discutono. Il Post, in un lungo pezzo del 3 maggio 2026, ha messo in fila reti distribuite di tanti data center più piccoli. Ha trattato anche la separazione fra uso civile e militare, le copie dei dati di uno Stato custodite all’estero e i bunker. Mariarosaria Taddeo, che a Oxford si occupa di etica delle tecnologie digitali, avverte che le reti distribuite espongono più civili. Alessandro Aresu di Limes osserva che i siti più piccoli e distribuiti potrebbero guadagnare terreno proprio dove le comunità locali resistono ai grandi impianti. Dubita però che da soli bastino alla fame di calcolo dell’intelligenza artificiale. È l’aspetto più interessante della storia: dove la resistenza locale funziona escono impianti meno giganteschi e più sparsi, esattamente ciò che un ufficiale vorrebbe, perché un colpo solo non spenga tutto.
Il bunker, peraltro, in Italia esiste già. Si chiama Intacture e sta sotto un centinaio di metri di roccia in una miniera di dolomia attiva in Val di Non. Costa circa 50 milioni di euro, di cui 18,4 dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ospita il supercalcolatore dell’Università di Trento, come ha raccontato StartupItalia. È nato per risparmiare sul raffreddamento, grazie ai 12 gradi naturali della montagna. Si ritrova a essere anche la risposta più seria alla domanda su come si protegge un data center da un attacco. Andrea Tironi, su Agenda Digitale già nel marzo 2026, aveva scritto che l’Europa ha regolato moltissimo la sicurezza informatica e molto meno la “war-sicurezza” delle infrastrutture. Per un founder o un investitore, il quadro d’ora in poi aggiunge una domanda alla due diligence sull’infrastruttura cloud. Oltre a suolo, acqua e corrente: dove sta l’impianto, quanto è concentrato e cosa ci gira dentro.
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