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Euro debole, deficit francese e terre rare: le tre crisi che mettono alla prova l'economia europea

Euro debole, deficit francese e terre rare: le tre crisi che mettono alla prova l'economia europea

Le grandi svolte dell’economia europea raramente arrivano annunciate: arrivano quando più crisi convergono nella stessa settimana. È ciò che sta accadendo in questi giorni, su tre tavoli diversi ma collegati. L’euro debole ha toccato giovedì il livello più basso da 17 mesi, a 1,1214 dollari. In quella stessa giornata il commissario UE al commercio Maroš Šefčovič incontra a Pechino il ministro cinese del commercio Wang Wentao. È la seconda sessione del Consiglio UE-Cina su commercio e investimenti. La valuta cede dopo che il bilancio francese ha spaventato i mercati invece di rassicurarli. Secondo junto, E in mezzo, BMW firma l’investimento più netto dell’industria tedesca: circa 2 miliardi di euro nella produzione di auto e batterie in Germania.

Quando le minacce commerciali incontrano la dipendenza

Bruxelles ha presentato l’incontro di Pechino come la scadenza che si è imposta da sola. La data era stata fissata a giugno, quando Šefčovič aveva definito i colloqui “intensivi, concentrati e costruttivi” ma aveva aggiunto che lo status quo non era sostenibile. Le richieste sono note da tempo. Si tratta di ridurre la sovracapacità sovvenzionata che allaga l’Europa di auto elettriche, acciaio e batterie a basso costo. Si tratta anche di aprire gli appalti pubblici cinesi alle imprese europee. E di garantire forniture stabili di terre rare. Secondo junto, il deficit commerciale dell’UE con la Cina ha toccato i 98 miliardi di euro nel solo primo trimestre, e ogni paese dell’Unione compra ora più di quanto venda.

Il problema è che Pechino tiene le carte forti. La Cina fornisce circa il 98% delle terre rare importate dall’UE, i materiali dentro i motori delle auto, le turbine eoliche e l’elettronica della difesa. Francia e Germania spingono per uno strumento capace di escludere la Cina dal mercato europeo entro 24 ore. La settimana scorsa Pechino ha risposto che reagirà con fermezza a qualsiasi restrizione. La storia recente insegna prudenza: laultima sfida sui dazi alle auto elettriche si è chiusa con la rappresaglia cinese su brandy e maiale europei. E l’Europa conosce il prezzo della dipendenza anche altrove: dopo decenni di chiusure di raffinerie, ora è Washington a avere leva sulle forniture di diesel.

Se Šefčovič torna da Pechino con sole promesse, la credibilità di ogni futura minaccia europea ne pagherà il conto.

Il deficit francese, il nuovo punto debole dell’economia europea

Mentre Bruxelles misura la propria forza contro Pechino, i mercati misurano quella di Parigi. Il divario tra i rendimenti decennali francese e tedesco ha toccato circa 157 punti base. È il livello più alto in 14 anni. Secondo gli analisti di Deutsche Bank si è allargato di 13,9 punti base in un solo giorno. Il 5 ottobre l’euro è scivolato a 1,1214 dollari, minimo da 17 mesi. Secondo junto, Parigi ha proposto un bilancio 2027 con 43 miliardi di euro di tagli e aumenti fiscali. Ma anche con quei tagli il deficit scenderebbe solo al 5% del Pil. Per gli analisti di ING questo non basta. Non fermerebbe la crescita di un debito già al 119% del Pil.

La Francia è il secondo Pil dell’eurozona e i suoi problemi si spandono a. Il denaro si sposta da Parigi a Berlino. Ogni spostamento alza il costo di rifinanziamento francese. Questo spinge altri investitori fuori. La Banca Centrale Europea non può correre in soccorso come nelle crisi passate. L’inflazione dell’eurozona è al 3,8%. Tagliare i tassi significherebbe salvare la Francia e alzare i prezzi per tutti gli altri. Un euro debole, poi, rende più caro ogni barile di petrolio priced in dollari, con il Brent sopra i 100 dollari. L’inflazione importata è l’ultimo ostacolo che i governi europei potevano permettersi.

BMW scommette 2 miliardi di euro sul made in Germany

In questo quadro, la mossa di BMW sembra un atto quasi politico. Il 30 settembre il costruttore bavarese ha annunciato circa 2 miliardi di euro per la nuova Serie 3 in Germania. 1 miliardo per ammodernare gli stabilimenti di Monaco e Dingolfing, 1 miliardo per un nuovo impianto batterie a Irlbach-Straßkirchen, in Baviera. Lo stabilimento di Monaco, centenario, costruirà solo auto elettriche dal 2027, a partire dalla nuova i3. BMW è il primo grande costruttore tedesco a dire con soldi veri che produrre. L’azienda ricorda un dato. Circa 760 siti di fornitori alimentano i suoi due impianti. Quindi l’investimento sostiene un’intera rete di piccole imprese.

Il paradosso è che la stessa azienda si sta restringendo: chiude 8.000 posti entro il 2027 su una base di 85.000 dipendenti permanenti. Ma solo tra uffici e amministrazione, con la production line risparmiata. Il diagnóstico è netto: il problema non sono le fabbriche tedesche, sono troppi livelli dirigenziali e tempi di sviluppo troppo lunghi. La pressione, comunque, è reale. BMW ha emesso tre avvisi di profitto in tre anni. Il margine dell’auto è sceso fino a un 1% previsto. Le vendite in Cina sono calate del 19%.

Tre crisi, una sola lezione per chi costruisce imprese

Chi guida una startup o investe nel venture building dovrebbe leggere questi tre tavoli come un’unica historia sulla gestione delle dipendenze strategiche. L’Europa che dipende al 98% da un solo fornitore di terre rare scopre che ogni confronto commerciale può trasformarsi in ricatto. L’investitore che finanzia un debito al 119% del Pil senza un governo stabile scopre che la fiducia si perde in un giorno e si riconquista in anni. BMW, invece, mostra il rovescio della medaglia. Ridurre la dipendenza, riportando in Germania la produzione di batterie di sesta generazione invece di importarle, è esattamente ciò che protegge un’attività quando il contesto si inasprisce.

I modelli alternativi esistono, e non tutti funzionano allo stesso modo. Volkswagen valuta fino a 100.000 tagli tra i suoi dieci marchi. Mercedes-Benz ha più che raddoppiato lo stabilimento di Kecskemét, in Ungheria. Quello è ora il suo più grande in Europa. L’Europa orientale a basso costo sta vincendo investimenti che un tempo andavano in Germania. Nel frattempo i concorrenti cinesi guadagnano quota. Pechino minaccia ritorsioni contro le difese commerciali europee. C’è però un segnale a favore di BMW. L’impennata dei prezzi dei carburanti ha spinto gli automobilisti verso l’elettrico più velocemente di anni di politica climatica. Lo stabilimento solo-elettrico a Monaco è una scommessa che quel cambio durerà.

Cosa resta in sospeso

Nulla è ancora deciso. I colloqui di Pechino dureranno due giorni e gli esperti prevedono progressi modesti. Licenze per le terre rare e piccole concessioni di accesso al mercato, abbastanza per far dire a Bruxelles di aver ottenuto risultati. I leader UE si incontrano a fine mese, e lì si deciderà se le minacce europee sono reali. Parigi intanto deve far passare un bilancio in un parlamento senza maggioranza, con elezioni presidenziali alla primavera. E il dollaro, spinto dai rendimenti americani ai massimi dal 2002, torna sopra i 158 yen, segno che i capitali cercano ancora rifugio oltreatlantico.

Per l’economia europea la prossima settimana non regalerà certezze. Offrirà però tre risposte parziali. Quanto Pechino è disposto a cedere, e quanto Parigi riesce a rassicurare. E se la fiducia di un solo costruttore può trascinare un intero sistema industriale. Chi costruisce imprese in Europa farebbe bene a seguire tutte e tre.

Fonti: